mercoledì 29 dicembre 2010

Ragazzini

Questi sguardi attraversano tutte le barriere. Anche quelle più impenetrabili, come il muro bucato di questa scuola di Masisi. Come i migliaia e migliaia di chilometri che ci sono fra me e loro in questo momento.

martedì 28 dicembre 2010

Three rules to survive Congo.

1. Don't let anyone's emergency become your own emergency.
2. Don't worry about problems you don't already have.
3. Never ask why (nor when).

Fonte: Vecchio coordinatore del programma "risposta di urgenza ai movimenti di popolazioni" in Sud Kivu..

lunedì 27 dicembre 2010

Ritorno

In Italia tutti si vestono di scuro. Cappotti neri, grigi, marroni. Tante ombre silenziose che scivolano su strade perfette. C’è asfalto ovunque, liscio e morbido. Ci si cammina velocemente, come piace a me, sentendo l’aria pungente contro, senza dover guardare per terra per paura di slogarsi una caviglia. Il sole sorge tardissimo, e la mattina resta una fase di luce intermedia e tremula che si sviluppa piano fino al mezzogiorno. Così diverso dall’equatore, in cui esistono solo pieno giorno e piena notte - con tramonti e albe per voltare pagina.

Sono entrata in un’edicola, in aeroporto. Dopo un anno senza stampa, era il paese dei balocchi. Ho sorriso fra me e me, sfiorando quelle copertine lucide tutte allineate. Ne leggevo bramosa i titoli, echi di lingue di tutto il mondo che descrivono il mondo stesso a noi lettori sparpagliati per aeroporti. Cercavo istintivamente notizie sul Congo, sull’Africa. Che succede nel mio, di mondo? Ma non ho trovato nulla. Un’assenza insopportabile, che mi vergogno di non aver mai notato prima. Fuori dall’Africa, l’Africa non esiste.

venerdì 24 dicembre 2010

Buon Natale, maman.

E’ Natale e voglio raccontare una storia. Per una volta, una storia Congolese a lieto fine.

Si tratta di un’intervista che ho raccolto settimana scorsa, quando nauseata dalla vita di Goma ho deciso di ritirarmi sul terreno in Sud Kivu alla ricerca del senso di ciò che sto facendo. La squadra di violenze sessuali ha trovato alcune beneficiarie disponibili raccontare la loro esperienza, e mi ha procurato un interprete francese-swaihili. Le regole le conoscevo, nemmeno bisogno di ripeterle. Niente foto, niente nomi, solo testimonianze anonime.

V: Jambo maman.
M: Jambo sana, dada.
V: Ha voglia di raccontarmi come è entrata a far parte di questa associazione di donne del villaggio?
M: E’ successo un giorno di due anni fa. Una mattina ero andata nei campi per la raccolta del mais. Allora avevo un piccolo campo in una zona poco fertile di queste colline. Non era ideale, ma era quanto mi potevo permettere, e lo coltivavo assiduamente. Quel giorno di due anni fa, dicevo, io e le mie compagne siamo state assalite da un gruppo di militari Interhamwe che si aggirava nella zona.
V: E che cosa è successo?
M: E’ stato terribile. Ci hanno rubato tutto il raccolto. E hanno usato violenza contro di noi.
V: In quante eravate, maman?
M: Eravamo una ventina, ma loro erano armati e molto più numerosi di noi. Dopo il fatto, noi siamo tornate al villaggio, e abbiamo trovato ad accoglierci questo gruppo di donne informate dell’accaduto, pronte ad aiutarci.
V: E che cosa hanno fatto per voi?
M: Ci hanno indicato l’ospedale di referenza.
V: Lei era stata ferita?
M: No.
V: Ma aveva bisogno comunque di andare in ospedale, vero?
M: Sì, dada… E dopo il trattamento medico ho cominciato un piccolo ciclo di incontri con un’assistente psicosociale. E’ da allora che ha deciso di diventare membra del gruppo.
V: E per il momento è contenta di questa decisione?
M: Sì, molto.
V: Che cosa la rende contenta?
M: E’ stato molto bello incontrare l’assistente psicosociale. Mi ha aiutato molto dopo quello che è successo… sono davvero grata per questo servizio.
V: E che altro?
M: Col tempo sono venuta a conoscenza delle altre attività del gruppo, per esempio del fatto che esiste un fondo comune da cui i membri possono prelevare un prestito. Io ne ho usufruito e ho preso in affitto un nuovo campo, in una zona più fertile. Costa quindici dollari all’anno ma con quello che coltivo riesco a ripagarlo e a guadagnarci qualcosa.
V: Ottimo. E in cos’altro è stata utile l’associazione?
M: Abbiamo comprato dieci capre in comune. Non sono molte per un gruppo di ottanta membri, ma ci possiamo ripartire i cuccioli. Io per esempio mi sono offerta di curare una delle capre, e il primo piccolo è stato dichiarato di mia proprietà.
V: Quindi ora possiede una capra tutta sua. Non di suo marito, ma sua.
M: Esatto. E quando la mia capra ha fatto dei piccoli li ho rivenduti per 25 dollari l’uno, e ho potuto pagare la retta della scuola di mio figlio.
V: Ben fatto! E ha seguito anche qualche corso organizzato dall’associazione?
M: Sì, due. Uno sulle tecniche agricole, e uno di alfabetizzazione.
V: E che cosa ha imparato?
M: In quello sulle tecniche agricole ho imparato che la coltivazione di verdura è più semplice e veloce di quella dei cereali, e possono essere raccolti più volte l’anno. In quello sull’alfabetizzazione mi hanno insegnato a fare qualche conto. Mi è utile per quando devo pagare l’affitto.
V: Ma è meraviglioso.
M: Sì dada. Se continuo così, alla fine del prossimo ciclo magari saprò anche leggere e scrivere!

N.B.: Come parte integrante del programma contro le violenze sessuali in Nord e Sud Kivu, la mia organizzazione sostiene 36 gruppi di donne locali. Il sostegno consiste in incontri regolari per offrire consigli sulle attività d organizzare, l’erogazione di piccoli fondi per l’acquisto comune di bestiame o pezzi di terra, l’organizzazione di corsi di vario genere e l’educazione su tipi, cause e conseguenze delle violenze sessuali, compreso l’accesso a servizi medici, legai e psicosociali sul territorio.

domenica 19 dicembre 2010

giovedì 16 dicembre 2010

Esportare democrazia

Ragazza che si iscrive alle elezioni
La mia organizzazione sta implementando il progetto piu' grande che sia mai stato realizzato in Congo. Si tratta di un progetto di governance. Il suo obiettivo e' di formare una mentalita' democratica nella popolazione a partire dal basso.
 
In termini molto semplici, si tratta di questo. Noi scegliamo alcune centinaia di villaggi in varie zone del Congo. Organizziamo l'elezione di speciali comitati di villaggio che saranno responsabili per l'esecuzione del progetto. Diamo loro dei soldi da utilizzare come vogliono, a condizione che le priorita' siano decise in consultazione con il resto della popolazione. I soldi vengono spesi pe realizzare cio' di cui il villaggio ha piu' bisogno (una scuola, una strada, accesso all'acqua potabile...). Durante tutto il percorso la popolazione e' responsabile di seguire come i soldi vengono spesi.

Il bello di questo progetto e' che non solo questi centinaia di villaggi si troveranno arricchiti di scuole e strade. Ma in questo modo si dovrebbe anche introdurre il concetto di elezioni democratiche, di responsabilita' politica, del diritto al controllo da parte della popolazione di cio' che viene fatto con le risorse comuni. Diminuendo cosi' il livello di corruzione, di potere assoluto dei capi tradizionali, di ruberia automatica dei fondi pubblici.

Questo, ovviamente, in teoria. Dobbiamo ancora capire se il progetto funzionera', e come, e quanto. Per questo una prestigiosa universita' americana e' stata invitata far parte del programma per verificare in modo scientifico e rigoroso gli effetti di quest'intervento. E qui si apre il terreno delle dispute. Cosa e' etico e cosa non e' etico fare in una ricerca scientifica su gruppi umani?
Elezioni in villaggio organizate da noi
I ricercatori hanno pensato di cambiare alcune variabili del progetto da villaggio a villaggio, per vedere le differenze nei risultati a livello locale. Per esempio, al posto che organizzare ovunque elezioni democratiche per i comitati di gestione dei fondi, in alcuni casi si proporra' alla comunita' di "scegliere i propri rappresentati" autonomamente, il che in pratica significa dare carta bianca ai capi villaggio tradizionali. L'idea di fondo e' cercare di capire se il progetto funziona meglio se si crea in modo perfettamente democratico un comitato nuovo, o se invece risulta piu' efficiente usare le istituzioni di villaggio che gia' esistono e gia' hanno il rispetto popolare, anche se non sono democratiche.

C'e' chi dice che rinforzare il modello anti-democratico e' profondamente anti-etico. Il programma e' stato realizzato a partire da decenni di studi comparati di pratiche umanitarie e di sviluppo, e sappiamo per esperienza che la creazione di comitati democratici e' l'unico modo per aprire la strada verso la formazione di una vera mentalita' di gestione comune e responsabile della cosa pubblica. Sperimentazioni in questo campo non sono che un trastullo intellettuale che non tiene conto degli effetti sulle vite delle persone.

Altri dicono che good intentions are not enough. Idealismi a parte, non sappiamo cosa funziona meglio finche' non lo si sperimenta. Le esperienze di "best practice" umanitarie sono impregnate da miti, da assumptions che non son mai appurate scientificamente. E' proprio vero che esportare la democrazia in stile puramente occidentale porta i risultati migliori in termine di benessere della popolazione? Siamo davvero certi che non sia piu' facile introdurre il concetto di "accountability" rispetto a un'autorita' tradizionale che e' gia' riconosciuta come tale, invece di crearne una nuova con il rischio che si dissolva appena i soldi finiscono?

Questo e' il dilemma, ed e' ancora aperto.

mercoledì 15 dicembre 2010

Bukavu


Bukavu e’ una citta’ vera, e viva. C’e’ traffico per strada, rumore, bancarelle. Addirittura un po’ di musica qua e la’ - altoparlanti che trasmettono reggae jamaicano come nel resto d’Africa. Ci sono matatu, mercatini, taxi. Automobili civili. Un ronzare continuo di attivita’ e piccoli commerci, merci che si spostano, clienti che comprano.

La gente del Sud Kivu ha uno spirito imprenditoriale, tanto che al Nord li chiamano gli wa-chinois, i « cinesi » (wa- e’ prefisso plurale in Swaihili).

Si tratta pur sempre di una citta’ povera e maleodorante, ma almeno non sembra che ci sia appena caduto sopra un meteorite. Almeno non si ha l’impressione di vivere in un mondo alla rovescia, un mondo muto e traballante e fragile e tagliente come quello di Goma. E’ semplicemente una cittadina congolese, sul lago Kivu. Coste sinuose e terra rossa, frutta marcia e fiori.

Eppure, Bukavu non tocca il mio cuore. Mi scivola addosso senza lasciare traccia. In un certo senso perverso, preferisco mille volte le vene nere e aperte della mia Goma dissanguata.

lunedì 13 dicembre 2010

Goma hurts

Non ci posso credere, lo sta facendo di nuovo. Si sta spogliando nel mezzo del locale, davanti a tutti. Completamente nudo, nemmeno le mutande, balla ubriaco sul banco del bar nell’euforia generale. E' la sua ultima sera a Goma, non puo' non tirar fuori il solito show. La gente se lo aspetta, in un certo senso. Ne parlera’ il lunedi’ mattina in pausa caffe’ durante il briefing di routine sui pettegolezzi da week-end.

Ma io non ce la faccio, a considerarla una cosa normale. Va bene che qui nulla è normale. Che la vita in missione deforma un po’ tutto. Che siamo tutti un po’ pazzi e ne siamo pure fieri. Che agli umanitari piacciono le personalita’ forti. Che spogliarsi nudi significa andare contro le convenzioni, e a noi le convenzioni non piacciono, altrimenti ce ne staremmo a Milano-in New Jersey-a Limonge a prendere il tram tutte le mattine per andare a lavorare. Che in fondo chissenefrega di cosa è normale e cosa non lo è, l’importante è ridere e aggiungere un pizzico d’eccitazione ad una serata altrimenti sempre uguale.

Ma io non voglio riderne, non voglio varcare questa linea. In un posto in cui la contraddizione regna sovrana, io hic et nunc demarco il mio limite. Non è accettabile per un capo missione, per un uomo di quasi quarant’anni, fare uno strip-tease in un locale pubblico davanti a sciami di colleghi. Per un uomo intelligentissimo, tra l’altro. Uno di quelli che ti mettono soggezione quando gli parli da quanto è acuto, uno di quelli con cui si cerca sempre di stare di pari passo nell’argomentazione per non sfigurare. Quello che interviene sempre per primo alle riunioni OCHA. Che capisce di piu’ di tutti del contesto del Nord Kivu. Quello che si fa portavoce della comunita’ umanitaria di fronte ai vari rappresentanti e diplomatici in visita da Kinshasa e New York, e articola eloquentemente i bisogni e i dilemmi dei nostri interventi sul terreno.

L’intelligenza non protegge, qui. E nemmeno la vita sociale. C’è chi lavora troppo, chi festeggia troppo, chi fa troppo di tutti e due perchè crede di essere immortale. Ci si brucia in fretta, stiamo impazzendo tutti. Impazziamo insieme, lui si spoglia e gli altri applaudono. Io resto aggrappata alla mia sanita’ mentale, e vedo questo triste spettacolo come un’implorazione disperata di attenzione, segno ultimo di un dolore sconfinato, di una solitudine senza fondo. E mi viene da piangere.

venerdì 10 dicembre 2010

Triste nuova

Era cominciata in modo simpatico. Al mio ritorno da Zanzibar, coperta di polvere e collanine, trovo con infinita sorpresa tre bellissimi ragazzi nel mio soggiorno. "Oh, quelli sono i kayakers", mi informa B ammiccando, dopo avermi abbracciata. "Kayakers?", rispondo io, incredula. "Si, tre ragazzi che girano la regione dei grandi laghi in kayak. Stiamo dando loro una mano dal punto di vista organizzativo". E poi aggiunge con un sorriso: "Abbiamo passato un bellissimo weekend sul lago, mancavi solo tu".

Pranziamo assieme, sembrano simpatici. Raccontano di aver gia' navigato il Nilo, in Uganda, e qualche corso d'acqua sulle montagne del Rwenzori. Si apprestano ora a discendere il fiume Congo, da Kalemie a Kisangani. Mentre me lo dicono, vedono disegnarsi sul mio volto la solita espressione di scetticismo. "Volete davvero percorrere il fiume Congo? Ma vi rendete conto di quanto sia pericoloso?" Loro annuiscono, pieni d'orgoglio e di eccitazione. E dopo una mezz'ora si allontanano sull'acqua, remando con scioltezza in direzione di Bukavu.

Durante le due settimane seguenti, io, H e B ci troviamo piu' volte a parlare dei kayakers. "Totalmente impreparati", dice H, come al solito senza vie di mezzo. "Non hanno nemmeno una mappa del Congo, non sanno quello che fanno". "Si, non hanno capito che il Congo non e' come l'Uganda o il Kenya. Non avevano nemmeno idea delle procedure burocratiche per il visto d'ingresso, ho dovuto passare tutto il pomeriggio alla direzione delle migrazioni per riuscire a farli entrare". "Parlano francese?", inervengo io, ancora confusa. "Non una parola, ne' di francese, ne' di swahili". "E come faranno, allora?", chiedo sbalordita. "Ad attraversare migliaia di chilometri di terra vergine, con solo indigeni e gruppi armati sul cammino?" "Per non parlare degli animali feroci", aggiunge B. "E delle malattie tropicali", incalza H. "E dove pensano di trovare l'acqua potabile?", riprendo io, ancora. Nessuno sa rispondere.

L'altro ieri, nel bel mezzo del nostro pranzo in terrazza, il blackberry di B segnala l'arrivo di un'email. Lui lo afferra distrattamente, legge. E nel giro di un paio di secondi un terrore straziante s'impadronisce dei suoi occhi. "Oh my God!", urla con voce rotta. "E' successo qualcosa a A, uno dei kayakers!" Il suo tono ci colpisce come un pugno. Il suo viso e la sua voce non lasciano spazio a fraintendimenti: io e H realizziamo cio' che stiamo per ascoltare...  E un'ombra di disperazione si espande piano su noi tre, infittendo gradulamente il silenzio che ci avvolge. B si mette a leggere, lentamente e sottovoce, la comunicazione di lutto. Avevano lasciato Kalemie solo da tre giorni. E' stato un coccodrillo.

Respiriamo, guardiamo il lago coperto di scintille di sole. Nessuno sa cosa dire, cosa pensare. E' sempre la stessa lezione brutale. Il Congo e' un assassino.

lunedì 6 dicembre 2010

Notte araba...

Era praticamente come essere in Libia. Quella terrazza, quei cuscini rossi. I materassi che ne seguivano il perimetro, le voci arabe di uomini scuri e sconosciuti. Io stavo li' seduta a gambe incrociate a godermi il tramonto color pesca, a fumare il narghile'. Lentamente, boccata dopo boccata dopo boccata. Il fumo che fluttuava sopra la mia testa prima che fosse il momento di passarlo. Il ragazzo a fianco a me era un ingegnere barbuto che non sapeva una parola d'inglese. Quello di fronte il direttore di un hotel. Mi mostrava il suo orologio d'oro, appena preso a Dubai.

Ero a Kigali, ma l'Africa sembrava lontanissima. Si disfaceva minuto per minuto mentre il sole scendeva, mentre i colori del Rwanda si affievolivano. Penetravamo gradualmente in una notte araba, calda e striata di cicale.
C'era un vassoio d'argento colmo di frutta fresca, bottiglie di vino, caffe' caldo speziato al cardamone. Nulla mai si consumava, il vassoio veniva magicamente riempito, il caffe' rifatto. L'unico nostro compito era di passare ore ed ore su quei tappeti, su quei cuscini, lasciando che la vita ci scorresse intorno come un fiume lento e inesorabile. C'era una certa sensualita', in quella molle attesa. La cena e' arrivata verso le dieci, i vassoi appoggiati per terra. Eravamo noi tre e una decina di loro, tutti uomini. Mangiavamo con le mani direttamente dal piatto. Era delizioso, ci sorridevamo con gli occhi.

La comunita' libica e' potente, in Africa. Quel sanguinario di Gheddafi versa milioni di milioni in questa parte di mondo. Ha fatto costruire una moschea enorme a Kampala. Ha dispiegato una catena di hotel di lusso chiamata LAICO (Lybian African Investment Company) in tutte le capitali. Nel 2008 e' stato proclamato King of Kings dagli altri leaders africani, e lui regolarmente ventila il mito di un'Africa unita, con un solo passaporto e una sola moneta.

La comunita' libica e' potente, misteriosa e inaccessibile. Io li' in mezzo non so che cosa ci facevo. Ma e' stato magico, e indimenticabile.

Il concetto di cappuccino a Goma

Penso che siamo tutti d'accordo. Quando ci si sveglia alle cinque e mezza di mattina, l'unica cosa che puo' restituire forme e colori a un mondo altrimenti irreparabilmente annebbiato dal sonno e' un sano cappuccino.

All'aeroporto di Goma - bien sur - bisogna sapersi accontentare. Il "cappuccino" non esiste, e benche' il tutto non sia la somma delle parti, si e' obbligati a scendere di default al triste compromesso coffee-plus-milk.

E magari fosse cosi' semplice. Viene fuori che il caffe' consiste in una brocca di acqua calda e una bustina di STAR coffee, l'omologo ugandese del Nescafe. E il latte e' latte in polvere. Lo so (lo so!) che oramai non dovrebbe piu' essere una novita'. Ma stamattina - sara' il sonno - non ho potuto fare a meno di restarci male.

"Ma non c'e' latte?" "E' qui, madame". "No, dico latte vero". "E' latte vero". "Latte liquido". "Liquido?". "Si, il latte normalmente e' liquido". "Madame scherza". "No che non scherzo, quando il latte esce dalla mucca e' liquido, no?" Il cameriere mi guarda con sospetto e poi ride, come se avessi detto la cosa piu' buffa del mondo.

E' un collega ad illuminarmi. Qui in Congo, bere il latte liquido e' considerata un'usanza strana. In Nord Kivu c'e' solo una tribu' che lo fa, e per di piu' rwandofona. Una tribu' dedicata alla pastorizia che beve il latte delle proprie mucche e delle proprie capre. Per gli altri congolesi, si tratta di una pratica un po' selvaggia. E a dirla tutta, anche leggermente disgustosa.

domenica 5 dicembre 2010

Torneo di ping-pong


Photo courtesy of B-cee.

sabato 4 dicembre 2010

It's not funny... but it is funny

Uno. Dei conoscenti sono stati derubati dalle loro stesse guardie. Guardie pagate per proteggerli, per sorvegliare il cancello la notte. Al ritorno da una serata, hanno trovato la casa svaligiata, le guardie volatilizzate.

Due. Dei muratori impiegati per fare una strada sono fuggiti dal cantiere portandosi via tutto il cemento. Il loro stipendio fruttava meno che la vendita del materiale.

Tre. Dei detenuti si sono messi d'accordo con le guardie della prigione di Goma perche' li facessero uscire di notte. Andassero a rubare o a commettere crimini affini. E ritornassero in cella all'alba, spartendo il bottino con i secondini.

venerdì 3 dicembre 2010

Kin concert


...E il concerto era cosi'. Su un piccolo palco allestito in un buco oscuro della Kin underground - tanto che ho dovuto interpellare tre persone diverse per trovare l'indirizzo. Con il solito barettino-bugigattolo nell'angolo, fatto di assi di legno scardinate. Con una platea di sedie di plastica con scritto "Deiu vous benisse" sul sedile, su un pavimento di terra e di sassi che grazie al cielo che non ho i tacchi.

E' pieno, folla mista. Tanti espatriati, tanti congolesi, tanti bambini che ballano negli angoli. La musica e' alta, la notte e' calda, e davanti a noi si scatenano una decina di ragazzoni sguaiati che scoppiano nelle cannottiere attillate. Vengono dal Kasai, questa regione sconosciuta. Dal Kasai di cui non so nulla se non che e' semispopolato e vi si producono le maschere piu' belle del Congo. Che vi vige il tribalismo assoluto. Balli nei villaggi al suono dei tamburi, animismo e stregoneria. A quanto pare il leader del gruppo e' arrivato a Kinshasa con l'esercito del '96, quello che ha fatto cadere Mobutu. Prima di trovarsi a fare lo scemo su questo palchetto scricchiolante si e' attraversato a piedi il Congo. Da guerrigliero. 

Sono sbalordita, sono estasiata, sono divertita come non mai. Qual'e' il link fra il Kasai e questa rumba rockettara che cola dagli altoparlanti? E queste enormi parrucche afro anni settanta, di un'auto-ironia che nell'Est non si trova neanche col lanternino? E queste bandierine del Congo cucite sui gilet di pelle, questi balli scurrili, queste gag da pagliacci? Mi fanno ridere, mi fanno ridere e ballare.

Come sempre, cerco una conferma di senso negli occhi dei miei amici. E' proprio tutto vero? Esiste davvero questo posto, questa musica, questo cortile afoso? Esistono queste parrucche, queste birre calde, questo ritmo sfrenato? Come puo' stare in equilibrio tutta questa assurdita' impossibile? Non dovrebbe esplodere l'universo? Gli altri confermano: esistiamo tutti, eccome se esistiamo. E io penso che accidenti. Adoro questo paese.

giovedì 2 dicembre 2010

Mini arresto

Quando ho contattato F via e-mail una settimana prima di trasferirmi a Goma, lei mi ha subito informata. In un anno di Congo, bisogna mettere in conto almeno un assalto. Ossia un gruppo armato o dei soldati che ti fermano la macchina, minacciano e chiedono soldi. Ora, con tanto che vivo in Nord Kivu, non mi aspettavo che una cosa del genere sarebbe successa proprio nella relativamente tranquilla capitale.

Stiamo cercando la location di un concerto con istruzioni date per sms, prendiamo la stradina sbagliata. Dopo 200 metri ce ne accorgiamo e torniamo indietro. Et voila. La strada e' sbarrata e un soldato salta fuori da dietro l'angolo chiedendo amabilmente "chi-siete-dove-andate-che-cosa-volete". Cheppalle, ci vuole pure questo, gia' siamo in ritardo, penso io. Apro la portiera e rispondo gentilmente: "Abbiamo sbagliato strada, puo' aprire per favore?". Ma lui non e' simpatico, mette su l'aria minacciosa, e' evidente che non ha nessuna voglia di aprirci gratis. Capisco l'antifona, faccio roteare gli occhi, chiudo la portiera e la blocco. Ora e' sicuro che ci perdiamo l'inizio.

M ha piu' pazienza di me, prende la situazione in mano e comincia a raccontare il perche' e il percome abbiamo sbagliato strada. Meglio cosi', mi dico. Meglio lasciar gestire a lui tutta questa burocrazia orale. Lui e' un uomo e quindi automaticamente un interlocutore accettabile per questo fesso di un militare, a differenza della sottoscritta. Arriva un secondo soldato. Entrambi indossano i soliti fucili lunghi un metro a tracolla, come fossero una borsetta per signore. Provo ancora a intervenire, a dire che ci lascino passare. Mi chiamano madame e mi dicono di cambiare tono. Li mando mentalmente a quel paese e sprofondo nel sedile.

La cosa si tira in lungo, io mi innervosisco. Non ho paura, so che non e' nel loro interesse farci nulla, vogliono solo soldi. Perche' non arrivano al punto? In Nord Kivu la richiesta sarebbe stata fatta un quarto d'ora fa.

Finalmente si scantano, ma il modo in cui formulano la richiesta  non puo' che farmi sorridere. "Voi andate a un concerto e noi stiamo qui ad annoiarci, che ingiustizia. Potete darci qualcosa per comprare delle birre?" L'ennesima disostrazione che in questo paese la dignita' proprio non esiste. M tira fuori quella che pare una scusa ripetuta mille volte. "Vorrei ma non posso, ogni dollaro che esce dalle mie tasche deve essere approvato dai miei superiori". Nel buio del mio sedile, io alzo le sopracciglia. Questa scusa non ha sensonon ci cascheranno mai. Loro insistono, lui ripete. Mi spiace, no-se-puede. Ma fa bene ad essere fermo, rifletto. Almeno fin quando non diventano violenti. Non possiamo mica metterci a smazzettare ogni soldato che vuole una birra.

Le trattative durano qualche minuto, e io sono genuinamente curiosa di vedere se la scusa delle approvazioni attecchisce. Sorprendentemente si'. I soldati capiscono che non e' cosa e finalmente decidono di lasciarci andare, dicendo con fare paternalistico di fare attenzione a non commettere mai piu' errori del genere. Sissignore. Prometto che non sbagliero' mai piu' strada nella mia vita, vorrei dichiarare, sarcastica. Ma mi trattengo, meglio non provocarli, e poi me ne voglio andare da questo lurido posto.

Solo tre giorni dopo ho pensato che erano armati, ed era una strada deserta. E io ero una ragazza, e bianca, e con un vestitino sopra al ginocchio.

martedì 30 novembre 2010

Ritorno

Come al solito, Kin e' stata una scarica elettrica. Sto ancora vibrando. Anche dopo aver attraversato tutto il Congo, sull'aereoplanino dell'Humanitarian Aviation Service, guardando distese di terra verde senza uno straccio di presenza umana. Con fiumi bruni e sinuosi come serpenti, con foreste vergini e inesplorate. Anche dopo essere atterrata a Kalemie, in Katanga, sulla costa del lago Tanganiyka, dove la pista dell'aeroporto e' cosi' piena di buche da trovarsi a tenere il fiato stringendo i braccioli del seggiolino. E perfino dopo essere atterrata a Goma, la mia Goma, una distesa di baracche con tetti di metallo corrugato e villette a bordo lago. Goma dall'aria pulita, senza i vapori tropicali della capitale. Col lago azzurro pastello, le strade sconnesse e il Nyragongo che troneggia all'orizzonte, nitido e assoluto. Anche dopo tutto questo, il Kin beat mi sta incollato addosso.

I tramonti sono rossi, a Kinshasa. A Goma sono rosa.

venerdì 26 novembre 2010

La gym

Due esperienze di palestra a confronto.

Ingresso
Goma: Arrivo al quartier generale della MONUSCO, saluto la guardia che oramai mi conosce per nome.  Consegno il badge che indica che lavoro in una ONG, attraverso il metal detector. Guardie armate mi controllano lo zaino. Io sbuffo perche' sono gia' in ritardo e cosa credono che mi porti, in palestra, una bomba a mano? Corro nello stabilimento, cercando di ignorare il gruppo di quindici soldati uruguaiani che stanno sempre al cancello all'orario di aerobica, per poter guardare il sedere delle regazze che lavorano nelle ONG.
Kinshasa: Arrivo a Symphonie des Arts, una galleria d'arte e centro culturale. C'e' un giardino stile fiaba costellato di oggetti in ferro battuto e pietra che provengono da tutti gli angoli del Congo. Lampade a petrolio a forma di campanula creano piccole bolle di luce gialla. Dalla porta laterale esce un gruppo di bambine in tutu' rosa. Hanno finito la loro lezione di ballo e tornano a casa a fare i compiti.

Corso:
Goma: Saluto P, l'istruttore. E saluto tutte le persone che conosco, piu' o meno la meta' dei partecipanti. Attacca la musica, e sorrido: e' sempre lo stesso CD, ogni singola volta. Cominciamo a saltellare, e io inevitabilmente penso che e' il tipo di aerobica meno femminile che abbia mai fatto. Sembra piu' un allenamento di pugilato. La stanza e' stipata, ci sono tutte le tappette uruguayane che vogliono partecipare senza aver preso in considerazione che per fare questo corso ci vuole un minimo coordinazione. Ma hanno delle magliette con scritto Uruguayan Army troppo belle e mi faccio un'annotazione mentale: alla fine del corso devo chiedere se sono in vendita. Intorno a noi i soldati fanno i pesi, fanno le flessioni in verticale. Prendiamo gli step, veri step da ghetto, fatti di legno da qualche artigiano locale. Quando piove gocciola dentro dal tetto in lamiera.
Kinshasa: La sala e' bella e spaziosa, il pavimento di legno chiaro e' pulito. L'istruttrice e' una ragazza tedesca eterea, bionda con gli occhi azzurri. Usa un microfono durante il corso. Siamo tutte ragazze, tutte con abiti da palestra comprati in qualche negozio occidentale stile DimensioneDanza. I tappetini sono di marca, altro che quei brandelli di moquette impolevarata che usiamo a Goma. E la musica e' del terzo millennio.

Uscita
Goma: Vado da P e gli dico che il corso e' bello ma non ce la si fa piu' con sempre la stessa musica. Lui risponde che quel lettore legge un CD solo. Io ribatto che non e' possibile che l'ONU non abbia i soldi per comprare un nuovo lettore CD. Lui dice che i soldi ci sono ma il processo di acquisto dure almeno sei mesi, e fra sei mesi chi di noi sara' ancora qui? Torno a casa sulla solita jeep bianca. Apro la porta di camera mia e penso che mi sono scordata di chiedere della maglietta.
Kinshasa: Visto che c'e' un bagno, lo uso per cambiarmi. Sarebbe bello avere uno spogliatoio e delle docce, ma non si puo' mica avere tutto. Mi trovo circondata da vestitini di bambine appesi dappertutto, foto di saggi di danza. Al lavandino trovo uno specchio e una saponetta profumata.

mercoledì 24 novembre 2010

Kinshasa!

Sono di nuovo qui, nella capitale! E sono eccitatissima. Questa citta' mi elettrizza, mi scuote, mi diverte. Nessuno ci crede, quando dico che adoro Kinshasa. Pensano che sia matta. Kinshasa e' enorme, sporca, piena di traffico. Una citta' brutta, fatiscente, corrotta. Ma io la trovo una citta' incredibile, assolutamente eccezionale. Eccessiva, sensuale e svergognata come una vecchia prostituta. Con i suoi ristoranti di lusso, posate d'argento, sughini francesi. Il boulevard a otto corsie in pieno centro che non smette mai di fare rumore. Il traffico, i clackson, i venditori ambulanti. La musica, la rumba, la vita notturna. La sporcizia, la criminalita', gli edifici che cadono a pezzi.  I matatu gialli e blu che scorrazzano dappertutto, sgangherati, pieni zeppi di gente stipata come sardine. Cosi' pieni che vanno in giro col portellone laterale apero e la gente appesa fuori. E qualche volta il portellone e' pure rotto e i passeggeri lo devono tenere in mano, sollevato, per non farlo cascare sul pavimento con un tonfo alla prima curva. E in tutto questo casino tutti si vestono benissimo, ricchi, poveri, tutti di un'eleganza sconcertante. Come se quest'obbrobrio di Boulevard fossero i cazzo di Champs Elysees.

martedì 23 novembre 2010

Partnerships

Ogni tanto vado sul terreno. Quasi mai, devo dire, ma a volte capita. Qualche settimana fa sono andata a visitare i partner per il nostro progetto di gender based violence. I “partner” sarebbero delle piccole organizzazioni locali che offrono servizi psicosociali e di aiuto legale alle vittime di violenza sessuale nei villaggi.

Questa e’ la politica della mia organizzazione. Non offrire servizi direttamente. Piuttosto, agire attraverso organizzazioni Congolesi, anche se sono disastrose. Anche se hanno i loro centri in capanne di fango e agenti che hanno a malapena finito la scuola elementare. Noi li istruiamo, insegnamo a tenere i registri, a raccogliere i dati, a offrire supporto psicologico in modo confidenziale, a indirizzare le vittime all’ospedale in caso appaiano segni di valattie vaginali. Non funziona in modo perfetto, anzi. I centi che ho visto mi hanno abbastanza delusa. Sono poveri, incasinati, isolati. L’assistente psicosociale che era li’ e’ stata redarguita dalle nostre osservatrici. I documenti non erano a posto, non erano tenuti sottochiave, e il colloquio con la vittima al quale abbiamo assistito e’ stato sommario, poco approfondito. Ci sono rimasta male. « Ma cosa mi posso aspettare da questa donna, che sa a malapena leggere e scrivere, che non parla francese, che si porta il suo bebe' al lavoro in un cestino che rimane sul pavimento di terra battuta tutta la giornata ? », mi chiedevo. E poi, emergeva il pensiero immediatamente consequente. « Non sarebbe molto piu’ facile per noi offrire un servizio di qualita’ mandando il nostro staff, nei villaggi, a offrire consulenza alle donne violentate ? Il nostro staff ben pagato e istruito? Come fa Medici Senza Frontiere, per esempio? ». Il pensiero mi tenta.


Ma poi mi dico che no, non sarebbe giusto. Questa sembra una buona idea, ma non la e’. Perche’ utilizzare il nostro staff significherebbe offrire un servizio temporaneo, che dura fin quando abbiamo i finanziamenti, e quando i donatori smettono di pagare si raccolgono baracche e burattini e non rimane nulla sul terreno. Invece cosi’ contribuiamo a migliorare un servizio che potenzialmente restera’ per sempre. E poi c’e’ una seconda ragione. Offrire servizi diretti e’ assistenzialista. E’ neocolonialista. Ci-pensano-i-muzungu-a-risolvere-i-problemi. No, non va bene. Il Congo va avanti da quindici anni a ricevere questa assistenza tappabuchi, e siamo ancora al punto di partenza. Bisogna cominciare a responsabilizare loro, i Congolesi. Ad aiutarli ad aiutarsi da soli. A supportare le loro piccolo iniziative sociali in modo sostenibile. Inshallah, i risultati verranno fuori col tempo.

lunedì 22 novembre 2010

Eccomi

Sono mesi che non scrivo, e non e’ facile spiegare il perche’. La cosa piu’ semplice da dire e’ che dopo sei mesi di adrenalina e’ arrivato l’inevitabile esaurimento. Ho avuto un’indigestione emotiva, a Goma. Non e’ successo nulla di traumatico per se, e’ stata semplicemente una questione di intensita’. Vivere mi consumava gia’ troppo per avere l’energia di scrivere quello che vivevo. Era un’inutile dupliazione. Un’esposizione di me che mi lasciava troppo vulnerabile. Cercare le parole e’ un po’ come eseguire un’operazione chirurgica : e’ complicato, scava in profondita, e lascia una visibile cicatrice. Ma puo’ anche salvare la vita, ed e’ per questo che ritorno. Perche’ senza la bussola delle parole mi perderei in questo luogo senza punti di riferimento.

E allora ricomincio, mi metto alla tastiera e mi domando. Come mi sento, adesso?

Devo essere sincera. Direi che mi sento ridicola, rileggendo cio’ che ho appena scritto. Per essermi espressa in modo cosi’ grave. In fondo sono una privilegiata, ho una vita comoda. Come posso lamentarmi, io che me sto a Goma, mentre tanti miei colleghi umanitari se ne stanno in veri buchi, a Masisi, a Walicale, con una stanza sola per casa e ufficio e senza acqua corrente? Con problemi di sicurezza veri, a cui hanno sparato addosso? E mi basta mettere il naso fuori casa per rendermi conto ogni giorno di quanto sia fortunata, quanto viva nella bambagia. Ma poi decido di essere un po’ piu’ indulgente con me stessa, un po’ piu’ comprensiva. Sentirmi provata e’ un mio diritto, non me ne devo vergognare. E mi sforzo di tenere a mente che proprio l’altro giorno stavo viaggiando, prendevo aerei in citta’ civilizzatissime come Nairobi e Dar Es Salaam. Chiacchieravo con miei vicini di fila al check in, coi compagni di seggiolino. Gente che lavora a Pretoria, che fa viaggi di lavoro a Kampala. Che conosce l’Africa, per i quali l’Africa e’ un posto normale, dove si fanno affari, dove si viaggia con la ventiquattr’ore. E quando mi chiedevano dove andassi, e io rispondevo Congo, loro inevitabilemente sbattevano le palpebre, alzavano il sopracciglio, e dicevano : « Congo-Braza, I suppose… », riferendosi all’altro Congo, il piccolo paese costiero e stabile che ha per capitale Brazzaville. E io rispondevo : « No no. Congo-Kinshasa ». Al che seguiva un’altra breve pausa e poi, annuendo gravemente, commentavano. « Accidenti ».

martedì 24 agosto 2010

Cronaca

L'atmosfera si scalda, qui in Nord Kivu. E come al solito per noi espatriati e' difficile capire cosa provochi queste ondate di violenza, e cosa significhino. In questi giorni, due notizie locali sono arrivate ai giornali di tutto il mondo.

Primo, l'uccisione di 3 caschi blu all'interno della base MONUSCO di Kirumba in Sud Lubero, alle 2 di notte del 18 Agosto, da parte di membri della popolazione locale armati di machete. L'episodio e' stranissimo almeno per due motivi. Perche' e' avvenuto all'interno di una base MONUSCO, prima di tutto. E perche' non e' stato eseguito da ribelli regolari con armi da fuoco, ma da civili, semplicemente con il loro machete. Il machete, di solito usato per tagliare gli alberi e la frutta, da oggetto domestico si trasforma in un'arma primitiva e brutale, che in questa parte del mondo ricorda inesorabilmente il massacro in Rwanda nel 1994. Non e' facile capire cosa possa spingere dei locali a uccidere dei caschi blu. Non ho sentito nessuna interpretazione convincente.

Il secondo episodio e' stato lo stupro di massa da parte di FDLR, questo weekend, a Walicale. I rapporti ufficiali dicono che sono state violentate 179 donne, il che significa che in realta' ne sono sono state colpite molte di piu'. Il Congo, si sa, e' la capitale mondiale degli stupri. Ma cosi' tante donne stuprate tutte assieme e' qualcosa di rivoltante, di sconvolgente perfino per gli standard locali. In una manciata di villaggu, centinaia si donne sono state prese per strada, in casa, davanti ai loro figli e ai loro mariti. Nessuno poteva prevederlo, nessuno ha potuto fare nulla. E' successo, e il giorno dopo era sul New York Times. E noi qui a Goma leggevamo il New York Times online.

Ma non sarebbe giusto dire che noi qui non ci accorgiamo di nulla. L'atmosfera si fa sempre piu' pesante. Venerdi' sera e' stato ammazzato un ragazzo davanti al Coco Jambo, non so come, forse in una rissa. E io sabato sera ero li' a cena con i miei colleghi, e mi stupivo che fosse tanto vuoto e che non ballasse nessuno. E dei banditi hanno sparato sulla nostra ambulanza, sabato pomeriggio. E settimana scorsa abbiamo ricevuto nuove minacce a Rutshuru.

Il Nord Kivu trema, e nessun sa cosa significhi. Forse sono semplici scosse d'assestamento. Forse e' l'inizio di un nuovo terremoto.

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domenica 22 agosto 2010

Strana storia

Febbraio. Sono arrivata a Goma da poche settimane e mi trovo al supermercato, una sera, verso l'ora di chiusura. C'e' solo un ragazzo con me in fila alla cassa. Abbiamo un attimo di eye contact, ci sorridiamo. Lui mi fa due domande su chi sono e da dove vengo, poi usciamo dal portone e ognuno prende la sua strada.

Qualche giorno dopo, in ufficio, ricevo una chiamata sul mio cellulare. E' uno sconosciuto. Penso subito che si tratti di qualcuno che cerca lavoro, come capita a volte. Invece dopo aver tergiversato un po', il tizio mi dice che mi ha conosciuto al supermercato, in fila alla cassa. Io ovviamente mi irrito, chiedo chi gli abbia dato il mio numero e gli dico che non ho tempo da perdere. Metto giu', e mi dimentico sedutastante dell'accaduto.

Fast forward.

Un mese fa. Sto cenando al Petit Bruxelles con un collega. Ad un certo punto entra un nostro semi-amico in compagnia di un ragazzo alto, che mi pare di conoscere di vista. Porta un cappello inclinato sulla fronte, e una camicia ampia usata come giacca. Il mio collega lo indica discretamente, e mi dice che' e' uno che ha connections in tutta Goma, dai neocoloni agli strozzini del ghetto. Registro l'informazione, e ritorno a parlare d'altro.

Fast forward.

Ieri sera. Sono a una bella festa improvvisata a casa del mio amico J. C'e' un sacco di gente, anche molte persone che non conosco. Entra il ragazzo alto, con il suo tipico cappellino e la camicia aperta. Abbiamo un attimo di eye contact, ci sorridiamo.

Piu' in la' nella serata, sul dancefloor. Lui balla veramente bene. Dopo un po' di studio reciproco, ci mettiamo a ballare assieme. E' molto divertente, molto giocoso, con solo un velo sottile di flirt. Ridiamo, scambiamo due parole. Lui e' congolese e cresciuto in Kenya e lavora alla MONUSCO e fra sei settimane lo trasferiscono ad Haiti. Verso la fine della serata mi dice che il giorno dopo andra' a fare un giro in barca con i suoi coinquilini, e mi invita ad andare con loro. Tra i conquilini c'e' una ragazza australiana che sta ballando accanto a noi. Quando lui ci presenta lei mi fa subito un bel sorriso, e mi incoraggia a partecipare alla gita. Io acconsento, e gli lascio il mio numero.

Fast forward.

Oggi. Li aspetto alle 11 di mattina come promesso, ma non arriva nessuno. Ne' alle 12. Penso che non vogliano piu' venire, che abbiano cambiato piani. Invece alle 4 del pomeriggio suona il telefono, e' lui, dice che arriveranno davanti a casa mia in barca tra cinque minuti. Quando mi affaccio, li vedo. Non sono su un motoscafo, ne' su un gommone. Sono su una specie di barca da pescatori scalcinata, con solo congolesi a bordo. Di primo acchito sono un po' scettica, ma poi quando  intravedo la ragazza australiana mi rassicuro. Salto in barca, mettiamo in moto. C'e' una bell'aria pulita, l'atmosfera rilassata della domenica pomeriggio.

Parlo un con lui, che visto da vicino e alla luce del giorno ha innegabilmente un che di zingarsco. E' simpatico, e selvatico. Ha sempre su il suo cappellino. Mi racconta un po' di lui, fra una battuta e l'altra. Mi sorprende sapere che e' cresciuto per le strade di Mombasa, orfano, come un ragazzetto di strada qualunque. Beve whisky, fa lo scemo. Si tuffa in acqua con un salto mortale all'indietro. Tutta la combriccola sulla barca mi ricorda i tempi di Trinidad, quindo passavo le mie giornate con i ragazzacci della collina.

Il sole sta per tramontare, il vento sta montando, le onde cominciano ad essere alte ed io ho un po' paura di schiantarci contro gli scogli. La situazione peggiora i frertta, e due o tre volte mi preparo a saltare in acqua con la borsa a tracolla per nuotare fino a riva. Tra me e me, comincio a chiedermi come diavolo faccia a trovarmi sempre in queste situazioni al limite dell'assurdo. Alla fine troviamo una baia riparata, riusciamo ad attraccare, saltiamo a terra. Siamo finiti nella proprieta' privata di qualcuno, dobbiamo uscire saltando il cancello. Poi, un po' strapazzati per l'avventura, ci mettiamo in marcia verso casa.

E mentre camminiamo, lui ad un certo punto mi osserva il viso attentamente per un paio di secondi, e all'improvviso un'espressione di sorpreso riconoscimento emerge dai suoi occhi. "Adesso ho capito chi sei!", esclama. "Tu sei quella che ho incontrato al supermercato, all'ora di chiusura, mesi e mesi fa. E ti sei pure arrabbiata come me quando ti ho telefonato". Io rimango stordita qualche secondo, ma poi il ricordo emerge in tutta la sua vividezza.

E a quel punto, non posso fare a meno di scoppiare a ridere.

giovedì 19 agosto 2010

Cinicism

B e' appena entrato in cucina, ridendo. "Things are getting hot, girls. Hanno sparato sull'ambulanza."
"Che cosa?" Chiedo io distrattamente, mettendo il piatto nel microonde.
"Hanno sparato!", continua ridendo. "Sulla nostra ambulanza, quella di Rutshuru. Era sul terreno, come sempre, portava una in ospedale. Tra l'altro una che stava perdendo sangue. E boom!, gli spari. Things are getting soooo hot out there".
Io sono un po' confusa. Mi sembra che non ci sia continuita' tra quello che dice e il modo in cui si comporta. Poi, all'improvviso, capisco. "La tua e' una risata isterica, mi pare".
Lui non mi da retta, e contionua a parlare. "Hanno sparato, capite? E l'autista e' uscito dalla macchina e si e' nascosto tra i cespugli, lasciando la donna sanguinane dentro.".
"L'autista era un membro del nostro staff?", chiede H, pragmatica come sempre.
"No."
"Ah, beh. Meno male."
"Ma e' ferito?", chiedo io.
"No, no, e' solo scappato. Solo che la poveraccia e' rimasta dentro. Adesso stiamo chiamando la MONUSCO perche' vada a vedere e faccia qualcosa."
Io mi sento d'un tratto a disagio. Non mi piace il modo in cui parlano della poveraccia. E' uno dei nostri beneficiari, accidenti.
Guardo B e H, entrambi visibilmente eccitati dalla storia. Lo so che loro non sono persone insensibili, tutt'altro. Che e' naturale, dopo tanto tempo, prendere distacco dalle cose. Non si puo' essere emotivi su tutto, se no non se ne viene piu' fuori.
Suona il timer, la mia zuppa e' calda.
"Ma chi e' che ha sparato?", riprende H, dopo qualche secondo di silenzio.
"Non si sa", dice B. "I soliti. Sono zone con ribelli. Magari volevano soldi."
"Certo che sparare sull'ambulanza...", dico io sottovoce, quasi tra me e me. Il piatto scotta, devo prenderlo con la pattina.
"Beh, dall'esterno sembra una macchina normale, bianca, da ONG. E c'e' pure il nostro logo sopra".
"Ma e' un attacco politico?", chiede ancora H.
"No, propbabilmente no, ma a questo punto non si puo' escludere nulla", dice B, all'improvviso indossando la sua voce professionale. E poi scoppia a ridere, di nuovo. "Ma ci credete? Il capo di Kinshasa sta adorando questa storia. Vuole essere tenuto al corrente minuto per minuto.".
"Beh, si', l'atmosfera si sta certamente riscaldando. Di certo non ci si annoia.", concludo io con nonchalance. Devo dire che l'episodio intriga anche me, in un certo qual modo. "Mi passi il pepe, per cortesia?".
B me lo passa, facendomi un sorrso.
E' sempre gentile nei piccoli gesti, penso io sorridendogli di rimando.
Poi lui fa per uscire dalla stanza, e proprio nel momento in cui tocca la maniglia, decide di voltarsi per dirci un'ultima cosa. Un'ultima cosa che mi fa pensare che c'e' qualcosa di eccessivo, in questo cinismo. Di spaventoso. Che stiamo diventando persone peggiori, con questo lavoro da umanitari. Le sue parole ancora mi rimbombano in testa.
"E poi, ragazze", dice sfoderando il piu' glorioso dei suoi sorrisi. "Vi immaginate che effetto fa una storia cosi' sui donatori? La sparatoria sull'ambulanza vende, eccome se vende. Statene sicure".

mercoledì 18 agosto 2010

Vacanze

Organizzare una vacanza non e' mai stato cosi' stressante. Voglio andare in Uganda, con mio fratello A, a vedere i gorilla. Ma i permessi per vederli sono limitati, e l'autorita' centrale del turismo Ugandese mi dice che non se ne trovano fino a fine settembre. Io penso che se non vado in vacanza subito muoio, e allora mi metto all'opera per cercare soluzioni alternative.

Ovviamente, inciampo nelle mafie delle agenzie turistiche locali. Dopo vari e accorati tentativi ne trovo un paio che mi rispondono al telefono, e mi dicono che con estrema difficolta' si puo' trovare un permesso solo un giorno preciso all'inizio di settembre, ma bisogna pagare tutta una serie di tasse amministrative perche' la prenotazione abbia successo. Dopo una settimana di tentennamenti sono quasi pronta a sganciare il malloppo quando casualmente chiacchierando con un amico qui a Goma, lui mi passa il numero di cellulare di una guardia del parco forestale Ugandese, con cui ha fatto amicizia il mese scorso. Chiamo prontamente la guardia, gentile come non mai, che mi dice che non c'e' assolutamente problema. E dopo giorni di scambi epistolari mi prenota due visti per la data che voglio io, senza costi aggiuntivi. Yo-hoo.

Oltre alla saga dei permessi, c'e' quella del mio passaporto. Il mio passaporto e' ancora a Kinshasa per fare il VISA d'etablissement di cui ho bisogno per lavorare in questo paese. Tempo amministrativo medio: 10 settimane. Che per me sono state di pu' perche' la procedura e' stata interrotta quando ho preso il tifo. Certo, se ci decidessimo a pagare qualche mazzetta sarebbe tutto piu' rapido, ma ovviamente non se ne parla. Alla fin della fiera, sono ancora senza docuemnti, il che non e' tranquillizzante dato che ora come ora il posto piu' sicuro in cui io possa fuggire e' Kigali. Memore dell'esperienza dei miei colleghi che hanno aspettato i loro passaporti fino all'ultimo minuto (letteralmente) prima di salire sul loro volo, io cerco di calcolare i tempi per l'operazine amministrativa. Il che naturalmente significa altri scambi e telefonate supplichevoli con la logistica di Kinshasa perche' non facciano casino.

Visto che si va in Uganda, ho tra l'altro anche bisogno di chiedere un particolare permesso al capo della mia organizzazione nel paese. In caso ci fossero problemi, devono sapere dove sono per farmi evacuare. E vada.

A questo punto, si tratta di pensare alla vacanza stessa. L'Uganda e' un paese meraviglioso, ma come spostarsi? Le agenzie vendono pacchetti turistici assolutamente ridicoli nei prezzi e molto poco avventurosi. Si pensa di prendere una macchina, ma non so se sia sicuro attraversare il paese da soli, con strade accidentate. Che succede se si rompe, e noi restiamo per strada in mezzo al nulla sensza copertura di rete cellulare? Forse e' meglio affittare una macchina con l'autista? O andare in bus? Questi bus squinternati dove si viaggia con capre e galline?

E infine, c'e' il volo da prenotare con la nostra logistica che non ne azzecca una, trovare la linea budgetaria su cui caricarlo, organizzare il visto di passaggio attraverso il Rwanda, chiedere l'anticipo dei soldi  in contanti perche' qui non esistono bancomat, prenotare l'albergo dove non rispondono mai al telefono. E cercare di trovarmi poi qui il lunedi' mattina seguente, fresca come una rosa, a condurre un meeting per l'apertura di un nuovo programma.

domenica 15 agosto 2010

Music Box


Una stanza grande e vuota, all’ultimo piano del palazzo sul Boulevard. Al posto della parete c’e’ una vetrata, e poi un terrazzo, e poi la coltre di luci sparse di Kinshasa. Da dentro, tutto e’ deformato dalla luce color fragola che inonda la stanza. Il terrazzo bianco sembra giallo. Il cielo antracite sembra blu cobalto. Siamo in un caleidoscopio di luci alterate. Nuotiamo in questi colori irreali come pesci in un acquario.

E’ tutta vuota, questa casa. Ci sono solo strumenti musicali e tappeti. Niente mobili, niente sedie. Solo chitarra, microfono, looper, amplificatori, pedali. Tappeti e cuscini sul pavimento, come fosse una tenda nel deserto, tutti portati dal Marocco. Ci son voluti 700 dollari in corruzione per attraversare la dogana con tutta quella roba, ma ne vale la pena per trasportare la propria anima.

A tocca la chitarra e comincia a suonare. Io, H e M, sdraiati sui tappeti ruvidi, ci prendiamo addosso questa pioggia di note, succubi della loro potenza. E’ musica composta da lui, piena di suoni nordafricani. Prende avvio un concerto privato in una dimensione parallela. Un’onda di suoni e di luci cosi’ densa che quasi non rimane aria per respirare.

Poi A tace, e lascia spazio alla musica del Sahara. Suoni del popolo Sarahawi, perso nel vuoto del deserto. E su queste note cominciano a parlare del Marocco, tutti e tre. Della sua magia, dei suoi colori. Dei festival nelle citta’ dell’interno, del vento nelle strade. Per A quella e’ casa, per M il nomade la terra di sua madre. Per H e’ la prima esperienza da espatriata che l’ha catturata per due anni interi. Nasce un dialogo di ricordi fra persone che si conoscono appena. Pieno di particolari precisissimi, di riferimenti a sensazioni che condividono in modo spaventosamente esatto per essere perfetti sconosciuti.

Abbiamo incontrato A e M venerdi’ sera all’Ibiza bar, un locale di fuoco con rumba dal vivo che ti si schianta sul petto. E non ci e’ voluto molto per ritrovarci tutti assieme in quella stanza vuota di cose e gravida di luce, a condividere l’indicibile. La musica andrebbe sempre ascoltata cosi’. In un cubo vuoto impregnato di colore.

Les vieux riches

Qui a Goma esiste un gruppo di neo-colonizzatori. Erano tutti in prima fila, venerdì sera, in un tavolo riservato apposta per loro al Coco Jambo. Il Coco è il locale di riferimento della città, dove ci si ammazza di ballo fino al mattino quando non ci sono feste private. Venerdì c'era un concerto jazz dal vivo, incredibile ma vero. Per l'occasione si è presentata tutta Goma, un raduno senza precedenti. Parlo della Goma bianca, ovviamente, più le prostitute. C'eravamo tutti, ONU, ONG, consultenti, militari. E tra noi circensi dell'umanitario c'era anche questa famiglia, una tavolata da venti, gli unici con la tovaglia. Con le loro camicie bianche, i bicchieri di vino. C'erano tutte le generazioni, in puro stile patriarcale.

La maggior parte li conosco di vista, o poco più. Sono i proprietari dei ristoranti, dei negozi, delle imprese più importanti della città. Non sono affaristi rampanti come i libanesi, che si sposano fra loro, lavorano come pazzi e accumulano miliardi con i supermercati e i ristoranti a basso costo. Questi sono discendenti Belgi, tutti mezzi mulatti, con appezzamenti di terreno e tenute e aziende sconfinate. Sono loro che possiedono le ville dove si fanno le feste più estreme. Quella con la piscina riscaldata e il giardino progettato da un architetto di esterni. Quella di quella domenica pomeriggio in cui mi sembrava di essere in un video musicale, in cui si aprivano casse di champagne come fosse coca-cola.

Sono i discendenti dei coloni, rimasti qui come se l'indipendenza non fosse mai avvenuta. Hanno mantenuto i loro terreni a Masisi, con famiglie locali che ci vivono dentro, coltivando lotti di terreno che non gli appartengono. La nuova versione del feudalesimo. Sono i padroni della città, la gente li riconosce a vista, non pagano nemmeno nei bar. Vanno dietro al bancone e si servono da soli. Non sarebbe difficile, entrare nel loro gruppo. Beneficiare del loro potere, del loro lusso. Frequentare questi congolesi ricchi sfondati, piuttosto che i folletti umanitari che cambiano casa ogni sei mesi. Ascoltarli mentre parlano di come gestiscono gli affari. Del fatto che devono prendere l'elicottero per vedere come vanno le cose alla miniera.

Quanto sangue hanno, sulle loro mani, questi ragazzi così belli, così ricchi? E quanto continuo a farli arricchire, io, semplicemente stando qui? Io che uso le automobili vendute da loro, che affitto le loro case sul lago, che vado a prendere l'aperitivo il mercoledì sera nell'hotel dei loro genitori? Quanto contribuisco allo status quo, io che ci ballo assieme la sera, e mi faccio offrire da bere?

venerdì 13 agosto 2010

Due ragazzi sani

A Kinshasa ho conosciuto un ragazzo che lavora in microfinanza. Cioe' microcredito, microassicurazioni, microfondi. Tutto micro per i paesi in via di sviluppo. Lui di sviluppo non sa niente, non sa nemmeno cosa significhi l'acronimo UNDP, che tra l'altro e' uno dei donatori del progetto a cui sta lavorando. Lui viene dal settore privato, e prima era ricercatore all'univerista' di Rabat, dove e' nato e cresciuto. Sorrideva mentre me lo raccontava: "Di solito i marocchini fanno di tutto per emigrate verso nord, io ho fatto il contrario". Il suo giro al contrario non e' dovuto a ragioni etiche, ne' estetiche. Per lui Kinshasa e' come Parigi, un posto dove lavorare. Certo, gli fa piacere contribuire allo sviluppo di un paese, ma in fondo lui e' li' per fare affari. Bisogna smettere di storcere il naso quando sentiamo questa parola. Lui mi diceva che e' solo cosi' che si da' dignita' alla gente. Non facendo distribuzioni di non-food-items, ma trattandoli da partner alla pari, facendo firmare dei contratti. "Per me i Congolesi sono come i Marocchini, come gli Europei. Io non sono qui per fare un favore a nessuno. E ti giuro che loro lo apprezzano, questo rispetto".

L'eco di questa conversazione si e' sentita ieri, mentre me ne stavo al Petit Bruxelles a prendermi un bicchiere di vino con un amico spagnolo. Lo ascoltavo in silenzio, mentre mi faceva un'analisi lucida e spietata sulla vita di Goma. "Qui la gente impazzisce. Passa tutti i weekend a ubriacasi e ballare e andare a letto con perfetti sconosciuti. Ma non ci rendiamo conto che siamo in uno degli angoli piu' belli del pianeta? Io il weekend prendo la macchina e me ne vado in Uganda, a vedere gli scimpanze'. In Rwanda a fare campeggio nella foresta tropicale. Altro che questa claustrofobia malata! E poi qui la gente lavora sempre, di giorno, di notte, nel weekend. Bisogna smetterla. Lavoreremmo cosi' tanto, in Europa? Mai e poi mai! La gente lavora cosi' perche' si sente sola, ecco perche'. O perche' viene qui con pretese impossibili di cambiare le cose. Per romanticismo. Ma e' un romanticismo inutile. In fondo, l'unico mezzo per fare del bene a questo paese e' fare professionalmente cio' per cui siamo pagati. Basta. Senza impazzire, senza andare in esaurimento nervoso. Son tutti dei ragazzini, qui. Ragazzini bruciati, o dissoluti. Il problema alla base, e' che bisogna smettere di pensare che siamo dei lavoratori umanitari, con uno stile di vita da umanitari. Sono tutte panzane. Io sono un ingegnere, nulla di piu'. Gestisco un progetto agrario. Solo che al posto che lavorare a Madrid lavoro a Goma."

giovedì 12 agosto 2010

Horror vacui

L'ho gia' detto, sono in fase anticlimatica. Sto precipitando. Forse e' per questo che mi sforzo di vivere senza sosta: per non cadere vittima dei miei pensieri. Ho solo voglia di uscire, uscire e non pensare. Stancarmi, esaurirmi. Fisicamente, emotivamente. Mi sento bulimica di vita, di cose. Basta non stare mai sola. Non pensare ne' a ieri ne' a domani.

Non me ne importa nulla di perche' sono qui. Dei beneficiari, dell'umanitario. Sono qui per consumarmi, in questo strano caleidoscopio onnideformante che e' Goma. Il mio mondo e' piccolissimo, chiusto tra un vulcano e un lago. Tra una terrazza ventosa e un ufficio al terzo piano. Tra una manciata di persone rigorosamente bianche che hanno problemi d'amore o di alcolismo o di memoria.

giovedì 5 agosto 2010

Life juice

A volte la vita qui e' di un'intensita' che stordisce. Che inebria, che esalta, come una scarica di adrenalina, come una droga. E che dopo ti lascia vuota, e persa.

Ho appena vissuto tra le due settimane piu' intense che possa ricordare. Non ho praticamente dormito. Lavorare di giorno, uscire di notte. Viaggiare, scoprire, capire. Da quando ho preso quel volo e' stata una scarica di corrente continua, che si e' chiusa stamattina, credo, quando sono entrata in ufficio come ogni normalissimo lunedi', trovandomi tutto d'un tratto sola.

Non si puo' scrivere tutto quello che e' successo, e' impossibile. Ma in quindici giorni ho assistito a una delle confessioni di piu' tragiche, strazianti, tenere e disperate che ascoltero' mai nella mia vita. Ho abusato di flirt a tempo perso, smodatamente. Ho gettato le basi per quella che credo diventera' l'amicizia piu' importante di questa fase di vita. Ho scoperto Kinshasa, l'anima di una citta' calda, dolente, complicata e stancante. Ho avuto momenti magici, da libro, in quella casa vuota piena di musica e di luce rosa. Ho avuto chili di affetto gratuito che affondera' nel vuoto della memoria. Una telefonata inattesa da molto lontano. Ho avuto giorni senza sonno. Pranzi e cene con amici e amiche, vecchie e nuove, in ristoranti da 3 dollari o da 30, senza interruzione. Riunioni di lavoro, voli d'aereo, piani cambiati ogni singolo giorno. Ho ballato fino allo sfinimento, in feste private, in un casino di club diversi, con gente diversa, di paesi diversi, di cuori diversi. Senza mai riuscire a lasciare la serata prima dell'ultima goccia. Ho avuto parole dolci, e silenzi tristi. Fumo, vino, stelle. Ho nuotato in un lago di giorno, in una piscina di notte. Ho improvvisato una cena per dodici. Ho avuto una notte infinita che mai piu', mai piu', mai piu' nella vita mi capitera' di eguagliare.

E ora non resta piu' nulla, e' sparito tutto. E sono stanca. E tutto d'un tratto mi sento sola.

Kin

Kinshasa e’ una grande citta’. Infinitamente piu’ simile al nostro concetto di citta’ di quanto non sia Goma. Ha strade asfaltate, traffico, palazzi alti. Palazzi brutti, per la maggior parte, in stile un po’ sovietico. Sembra tutta un’immensa periferia abbandonata di qualche citta’ occidentale. Ogni tanto si vedono edifici coloniali, ancora dalle belle forme. Ma inevitabilmente sfatti, degradati, fatiscenti.

Eppure Kinshasa non e’ una citta’ deprimente, tutt’altro. E’ viva come non mai, ti colpisce come un pugno. Esiste una scena artistica assolutamente degna di nota, e Kinshasa e’ apertamente riconosciuta come una delle piazze musicali piu’ appassionanti del continente. La rumba scorre a fiumi, ci sono centinaia di gruppi musicali, entri in un locale e ti trovi nel fuoco incrociato di jam sessions di altissimo livello.

Come dice B, i Congolesi riescono sempre, anche nel mezzo dello schifo e della distruzione, a dare un certo “twist” alle cose, a renderle “edgy”. Ad aggiungere un non-so-che che le rende insolite, eccitanti, argute. Il Congolese, essenzialmente, e’ un creativo sbruffone, un teppista sfacciato, un esteta underground. E questo e’ vero a Kinshasa in particolare, dove non si respira l’aria traumatizzata dell’est. Kinshasa e’ la Roma di Petronio : decadente, sgraziata, eppure sensuale. E gli abitanti sono linguacciuti, impertinenti, ironici ed impeccabilmente eleganti.

La prima sera io e H abbiamo cenato in un ristorante indiano su una terrazza in cima ad un palazzo del centro, con una bella vista sulla citta’. Di notte, tutte le citta’ sembrano uguali. In cima a quella terrazza, potevamo essere in America. Se non fosse che per arrivarci abbiamo fatto sette piani di scale in un edificio fantasma. Ogni piano era diverso dal precedente, in un’escalation di fatiscenza e degrado. Insegne di uffici chiusi da anni, gradini scalcinati, luci rotte, puzza di urina. Faceva perfino paura. Per poi arrivare in cima e venire accolte con un sorriso da un distintissimo cameriere in divisa.

venerdì 30 luglio 2010

Thanks for flying UN

Ieri ho preso un volo ONU. Nei paesi in cui esiste una consistente missione di peace keepig, l'ONU organizza dei voli regulari gratuiti per l'uso del suo personale. Il che e' normale, se si pensa che le compagnie aeree congolesi sono da farsi il segno della croce prima, durante e dopo il volo; e che attraversare il Congo via terra da Goma a Kinshasa puo' realisticamente prendere un mese, senza contare il pericolo di morte a piu' riprese lungo il cammino.

Con la magnanimita' che contaddistingue le Nazioni Unite, questi voli aprono le loro porte anche a civili o membri di organizzazioni internazionali, che secondo un preciso sistema di priorita' possono usufruire dei posti non occupati da militari e personale UN. Per avere accesso a questi voli gratuiti, basta fare domanda, comunicare il motivo del viaggio, produrre tutta una serie di supporti cartacei, e presentarsi in aeroporto all'ora che ti dicono loro, all'ultimo secondo. Ieri mattina ero li' alle 6:30, con la mia amica H e il mio fedele zaino, sperando di infiltrarmi. L'idea di farsi un weekend gratis a Kinshasa era troppo irresistibile per non tentare.

Nell'aeroporto ONU si vede tutta la solita folla buffa dell'umanitario. Un gruppo di soldati del contingente indiano, tutto composti. E un gruppo del contingente uruguaiano, che si comportano come ragazzini in gita. Ci sono membri di varie organizzazioni come la nostra e personale civile ONU assortito. Incontro anche il mio amico vulcanologo, un professore universitario Italiano che studia il Nyragongo e prende regolarmente l'elicottero per fare giri un di perlustrazione. Questa volta si porta dietro tre ragazzoni scarmigliati che si rivelano nientemeno che fotografi del National Geographic, intenti a fare un foto-documentario sul vulcano per la gioia dei lettori.

L'attesa e' lunga, non esistono orari ne' tragitti prestabiliti. Gira una battuta, a questo riguardo. In paesi come il Sudan, l'ONU si avvale di voli WFP. Che sta per World Food Program, naturalmente. O per i maligni, "Wait For Plane".

Alla fine ci imbarcano, miracolosamente. E cosi' inizia il viaggio. Facciamo il giro del Congo. Prima da Goma a Kindu, in Maniema, in un'oretta. Poi da Kindu a Kisangani, in Province Orientale, con un'altra ora abbondante di volo. Poi altre due ore e mezza per arrivare a Kinshasa. Non mi ero ancora resa conto di quanto fosse grande questo paese. Ad ogni decollo e ogni atterraggio vediamo il fiume Congo, il piu' lungo dell'Africa dopo il Nilo, che diventa sempre piu' vorticoso e marrone, gorgogliante nel mezzo della foresta tropicale.

Sugli aerei servono acqua purificata ONU, la stessa che mi davano all'ospedale MONUC quando avevo la febbre tifoide. I piloti sono russi, come in tutto il Congo, nessuno sa il perche'. E l'hostess e' Canadese, lo dice in continuazione. "Questo e' un volo con staff canadese". Forse si tratta di una specie di scambio culturale tra assistenti di volo, o fa parte di un gruppo di hostess senza frontiere.

lunedì 26 luglio 2010

Mulini a vento

E' buffo pensare che io mi sono avvicinata a questo settore dopo essermi laureata in filosofia. Non scienze politiche, economia o legge. Io qualche anno fa mi studiavo i tomi di Scolastica e pensiero transcendentale; Tommaso d'Aquino e la Critica della Ragion Pura.

Eppure un filo conduttore esiste. Studiando filosofia, ci si abitua ad affrontare problemi molto piu' grandi di noi. Per cui non si intravede soluzione. Per cui la soluzione e' forse inaccessibile alla mente umana, e quasi non vale la pena di pensarci su. Ma comunque ci si prova, ingenuamente e ostinatamente, e piano piano si raffina il metodo del pensiero per arrivare a conclusioni sempre meno sfuocate, sempre meno grossolane, sempre piu' consapevoli.

Il lavoro umanitario si confronta con lo stesso abisso. Problemi insolubili, giganteschi, talmente sfaccettati e introcati e inaccessibili che quasi non vale la pena di affrontarli. Che toccano cultura, interessi economici, storia, identita'. Religioni, etnie, risorse minerarie. Valori occidentali, valori universali, il sistema internazionale e la sovranita' degli stati. Gli interessi dei donatori, delle agenzie, dei beneficiari. Le priorita' e le sensibilita' di mezzo mondo. E nonostante sia una battaglia persa, ci si lavora su lo stesso, cercando una soluzione che non arriva mai. Ingenuamente e ostinatamente.

sabato 24 luglio 2010

Luna e vetro

Mi sento cristallizzata, in questi giorni. Lavoro, esco, rido, mi arrabbio. Ma è come se non fossi qui. Come se tra me e il mondo ci fosse un vetro, come se io fossi prigioniera nella mia testa. Picchio contro questa superficie liscia e trasparente, sperando che qualcuno del mondo di fuori mi senta e venga a liberarmi.

Ieri sera noi quattro abbiamo spento tutte le luci e ci siamo sdraiati in terrazza, sotto l'albero di avocado, in riva al lago nero. Abbiamo guardato la luna stesi fianco a fianco su un tappeto di paglia comprato al mercato di Kigali. La luna aveva un alone intorno, e noi dicevamo che sembrava una ciambella di cui la luna era il buco. Passavano le nuvole e noi ne individuavamo le forme, ridendo come bambini. Mettevamo tutte le canzoni che contenevano la parola "luna", e poi via via tutte le altre musiche che riuscivamo a trovate a carattere meteorologico. Era buffo, era intimo. Tirava un vento freddo, lacustre. Ci siamo rintanati in cucina, dove abbiamo una preparato zuppa finto cinese e bevuto the alla menta. Eravamo i principi di Goma, ieri sera. I più cool della città, chiusi nel nostro castello di cristallo.

Forse sono malinconica perchè H mi ricorda da morire Amanda, e B mi ricorda Giò, alcuni dei miei più cari amici del mondo vero. O forse perchè ho un nuovo gattino, che mi ricorda Gatta e Shah e la mia vita di Trinidad che non riesco a lasciarmi alle spalle. Mi sento in una dimensione parallela, non so più cosa è presente e cosa è ricordo. Non resta che guardare la luna, sempre la stessa e sempre diversa, in questo specchio di vita che è Goma.

venerdì 23 luglio 2010

In bocca al lupo

In questi giorni pieni di malinconia, ho ricevuto una bella email. Cosi' bella che la voglio riportare qui, parola per parola. E' un'email che racconta l'affetto che si e' instaurato fra me e A, il mio assistante, in questi mesi di lavoro insieme. E soprattutto e' un'email che racconta di un successo: la storia di un semplice ragazzo Congolese con una famiglia povera e tanti fratellini da mantenere, che riesce realizza il suo sogno di andare a studiare in America. Questa e' l'email che mi ha scritto, di getto, ieri pomeriggio. Dopo che l'Ambasciata Americana di Kigali gli ha concesso un visto per il paese delle meraviglie.


Hello Dear V.
I just came from the interview at the Embassy. I left there with a very positive feeling: I have got the visa!!!!!!
I have been at the US Embassy in Kigali today, they told me I could go at the bank and come back. I went and brought the receit. I waited a bit, presented my application, filled some supplemental forms, got the interviews which ended with a "there is still some investigations to be done, but go to window #1 and pay the $150 that Congolese have to pay..." then I paid those fees that Congolese only pay if they are granted a visa. The lady asked me to come back tomorrow at twelve to pick my passport (let me add... With the visa). Yay!
God is good all the time! He will never change. May you be blessed and filled with heavenly grace for all your ongoing and earnest prayers.
Hope to see you soon,
A

mercoledì 21 luglio 2010

Morbid beauty

Qui e' cosi'. Tutto sembra bello, bellissimo, idilliaco. Il lago, i falchi, i pesci volanti. Colline e cascate, elefanti e gorilla. Gli alberi fioriti, l'estate tutto l'anno. Quando ho attraversato per la prima volta il Rwanda non potevo credere che un terribile genocidio si fosse abbattuto nel mezzo di quel paradiso.

Ancora oggi ho questa sensazione, quando faccio il bagno nel lago Kivu. Acqua pulita, calmissima, di un grigio scuro profondo, intenso e pacificante. Eppure, quanto orrori sono accaduti su queste sponde? Quanti morti sono stati gettati sul fondo di questo lago, che inghiotte tutto e dimentica?

Tempo fa, una coppia di amici italiani che vivono in una bella casetta sul lago hanno trovato un cadavere a riva, a pochi metri del loro giardino. Anche il mio amico E ne ha visti due o tre, nell'ultimo paio d'anni. Trovati cosi', per caso, come fossero conchiglie.

I miei amici, profondamente colpiti da questa macabra visione, hanno immediatamente chiamato la polizia per far rimuovere il corpo. Gli agenti hanno chiesto una mazzetta per svolgere il lavoro.

domenica 18 luglio 2010

Week-end

Una luna rossa riflessa nel lago.
Un vestito azzurro cucito sbagliato.

Due bimbe mulatte, elefanti di legno.
Un pranzo delizioso, un prato frondoso.
Voci italiane, sole sull'erba.
Due partite perdute.

Un libro e un amaca. Un gattino affamato.
Un nuovo amico che mi viene a trovare
e parlare con lui per ore nel sole.

Una pizza smezzata. Un abbraccio da dietro.
Una colazione in terrazza piena zeppa di vento.

Una festa smodata - di fumo di vino.
Un ragazzo afghano che balla
e mi guarda - negli occhi nel buio.

All'improvviso, un pianto che uccide.
Struggente nella notte crudele.

Un amico che mi dice che fare,
io che mi sbaglio lo stesso,
e un ubriaco che mi urla addosso
cio' che pensa dell'amore.

Addosso a me - delirante e sdraiata
su un'assurda poltrona nel mezzo di un prato -
che tengo la mano di un'altra persona
su un'altrettanto assurda poltrona,

alla deriva della festa disfatta
trafitti d'irreparabile tristezza.

giovedì 15 luglio 2010

Weekend a Kigali

Due settimane fa ho passato un fine settimana a Kigali. Kigali e' una citta' bicolore, rosso e verde. Il rosso e' per la terra, le strade, i muri, la polvere. Verde per le piante, l'erba, i cespugli. E questo patchwork bicromo si distende su piccole valli e colline, arioso, come un tessuto ondulato.

Kigali e' rilassante. Non c'e' bisogno di fare nulla di speciale per sentirsi rilassati. Tutto e' calmo, nessuno grida. Le strade sono asfaltate. Ci sono dei centri commerciali con dei bar. Dei locali carini dove stanno espatriati e locali, gomito a gomito. E gli espatriati sono adulti, con famiglie a carico, non ragazzetti selvaggi come noialtri di Goma. Andare in giro e' facile, basta saltare su una moto-taxi, mercanteggiare un po' il prezzo, e farsi portare a destinazione col sole in faccia e il vento tra i capelli senza paura che possa succedere nulla. Kigali e' talmente tranquilla che puo' essere soporifera, ma per me e' stata perfetta. E se si sta con la gente giusta ci si diverte sempre, noi abbiamo fatto le 5 di mattina per due sere di seguito.

Io non mi posso certo lamentare del mio stile di vita di Goma. Avendo un lavoro che mi porta raramente sul terreno, faccio una vita casa-ufficio abbastanza nella norma. E poi ho una casa con luce, acqua calda, televisione, acuqa minerale e terrazza sul lago. Due o tre bar e ristoranti dove uscire. Insomma non posso dire che sia una vita di per se' stressante, e ogni tanto mi sento in colpa al pensiero che mi concedano l'R&R, ossia una settimana di Rest and Relaxation ogni tre mesi, da passare fuori dal paese. Mi sembra ridondante, mica abito in un campo profughi in Chad.

Con un weekend a Kigali pero' ho cambiato idea. Vedendo la differenza tra una citta' "normale" e Goma mi sono accorta di quanto stress incameriamo stando qui. Piccole cose. Il fatto che siamo una comunita' microscopica di bianchi in un posto in cui l'interazione profonda coi locali e' difficilissima. Il fatto che non possiamo guidare, che le strade sono tutte una gimkana, che ci dobbiamo muovere su delle macchinone enormi e comunicare i movimenti via radio. Il fatto che vediamo armi tutto il tempo, soldati, caschi blu, ufficiali della polizia che passeggiano coi lanciarazzi. Carri armati per strada. Il filo spinato attorno a casa. Passare il metal detector per prendere una birra, non si sa mai che entri al bar con una pistola. Sono piccole cose, a cui ci si abitua subito. Ma e' bastato un giorno fuori per ricordarmi che l'R&R ha senso.

mercoledì 14 luglio 2010

... e offesa.

E ora la seconda parte di amarezza. L'altro giorno uno dei nostri donatori ha organizzato una visita in Sud Kivu per parlare dei nostri programmi, e oggi verranno qui da noi a Goma. Normalmente le visite dei donatori sono di cortesia, o di affari. Questa e' una visita di offesa. In Sud Kivu e' stato un disastro. Sono arrivati in tre, due tecnici e un giornalista, e hanno sfoderato un'arroganza senza pari. Hanno umiliato i miei colleghi, dicendo loro che non erano abbastanza senior per riceverli. Che la visita non ha avuto abbastanza gravitas. Che erano troppo giovani per il loro lavoro. Hanno minacciato di tagliarci i fondi. Una delle nostre migliori manager e' stata talmente toccata da queste offese che e' scoppiata a piangere. Ma che cosa si aspettano? Non lo sanno che siamo tutti giovani, qui? Che ci sono solo posizioni non accomagnate, nel Congo dell'Est? Che chi ha un'eta da marmocchi non viene a vivere in questa parte di mondo?

E inoltre questi cretini - si', ho scritto cretini - hanno detto che: a) loro sanno tutto del Congo e della violenza sulle donne, quindi hanno bisogno di un meeting tecnico e di altro livello; b) che col giornalista volevano intervistare una vittima di violenza sessuale. Non so nemmeno da che parte cominciare a commentare. Primo, chi si credono di essere. Secondo, anche l'ultimo arrivato in questo mestiere sa che la regola numero uno del lavoro con le vittime di violenza sessuale e' quella di mantenerne la confidenzialita', non esporle al pubblico, e non approcciarle senza uno psicologo. Figuriamoci con una macchina da presa. La direttrice del programma ha detto che la loro richiesta era voyeristica. Forse non il massimo della diplomazia, ma aveva una sacrosanta ragione.

Oggi verranno qui a Goma, e come ci si puo' immaginare c'e' una tensione che si taglia a fette. Il mio capo mi ha detto che io non potro' partecipare alla riunione come previsto, perche' ha ricevuto la direttiva di mantenere il meeting a piu' alto livello possibile, senza persone junior, senza grants, solo lui e la coordinatrice. Lui stesso ha paura di essere troppo junior, credo, visto che ha pochi anni piu' di me. E vada. Pero' non ci ho visto piu' quando mi ha detto che noi altri dovremo mangiare in soggiorno, mentre loro due staranno coi donatori in riva al lago per continuare il briefing durante il pranzo. Fatemi capire. Mi devo nascondere in casa mia? Devo mangiare in una sala separata? Ma dove abbiamo messo la nostra dignita'?

Glel'ho detto, che lo trovavo incredibilmente offensivo. Che se proprio si deve agire in questo modo, voglio che nel pacchetto di commenti che manderemo a NY sia citata anche la mia indignazione rispetto a questo dettaglio del pranzo. Dopo avermi parlato, lui ha mandato una mail a tutti spiegando che si tratta di una situazione delicata, che chiede la nostra collaborazione. Certamente collaboreremo, ma io non voglio strisciare davanti a nessuno.

Tradimento...

E' tanto che non scrivo, e oggi ricomincio con un post rabbioso. Sono stata silenziosa, ultimanente. Ho bisogno di un po' di sapzio mentale tutto per me, senza comunicazione. Ma oggi scrivo, e furiosamente.

Ieri e' stato il turno di A, il mio assistente a cui sono molto affezionata. Siamo usciti a pranzo insieme, come facciamo ogni 3 mesi per parlare un po' di lavoro fuori dall'ufficio. Per parlare di lui, di come si trova, di cosa gli piace e non gli piace e di come si potrebbe migliorare il suo lavoro di tutti i giorni. Di come potrebbe crescere. Ebbene eravamo a pranzo e vengo a sapere che mi lascia tra due settimane. Due settimane! E' stato accettato in un'universita' in America e i corsi cominciano il 10 agosto. Ma come, e non me lo hai detto? Aspettavo che mi arrivasse la conferma a casa. Ma e' sicuro, no? Si. Ma da quando lo sai? Da un po'. Mi sono sentita tradita. Soprattutto quando mi ha detto che da contratto lui deve dare solo una settimana di preavviso. Mi sono arrabbiata, quando mi ha citato il contratto. Questi discorsi sindacalisti fanno veramente venire la bile. Gli ho detto che ci sono rimasta male. Che non si collabora cosi'. Che mi lascia senza nessuno, senza preavviso. Che non e' tanto un problema di lavoro, e' un problema di fiducia. Lui si e' rattristato. Ha detto che aveva paura di perdere il lavoro. Io ho detto che era una gran fesseria, come poteva perdere il lavoro dicendomi che si stava candidando per l'universita' in agosto?

Forse l'ho presa troppo sul personale. Qui la cultura e' cosi', non ci sono questi protocolli. Ognuno difende accanitamente quel poco che ha. Questo comportamento qui non e' da considerare offensivo. E' giovane, probabilmente e' quello che gli hanno consigliato di fare. Penso che abbia capito il mio punto di vista, pero'. Il mio risentimento. Ieri sera mi ha inviato un messaggino dicendo che gli dispiaceva. Mi ha fatto piacere, sono certa che era sincero. Penso che in un certo qual modo questa storia sia stata una fonte di apprendimento per entrambi. Io per capire lui, e il Congo. Lui per capire me, e l'America.

mercoledì 30 giugno 2010

Commiato

Ieri è andato via il terzo. Partito, per sempre, rimbalzato su un altro continente. Un altra persona bellissima, con cui si è creata una comunicazione speciale, con cui - nonostante i limiti di tempo - c'è stato un vero, intenso, cristallino scambio di affetto. E che non so se rivedrò mai più nella mia vita.

Un altro abbraccio, un altro augurio, un'altra promessa di sentici, di scriverci, facebook, email. Sono stati tre, fino ad ora, gli amici che ho visto prendere il volo durante i cinque striminzitissimi mesi passati a Goma. Tre amici, più una ventina di conoscenti.

Questo non è sorprendente se si pensa che il tempo di soggiorno medio qui è di circa dieci mesi. Un po' destabilizzante, certo. Ti fai un amico, e quello se ne va nel giro di cinque settimane, lasciandoti di nuovo con tutto da fare. Poi però arriva sempre qualcun altro, in questo turbinio di volti. Una nuova persona in soggiorno temporaneo che non ha nessuno - e che si aprirà a te. E tu ti ci aprirai, nonostante la certezza di vederla partire - o lei vedrà partire te.

Sono triste, oggi. Ma nonostante tutto, penso. Che meravigliosa lezione di vita! Il fatto che una rapporto sia destinato a svanire non significa che non lo si debba vivere tutto, in modo autentico. Che si debba avere paura di affezionarsi, raccontarsi, scambiarsi affetto e regali e abbracci e momenti assieme. Prima o poi, tutto finisce. Ma in fondo, l'amore è l'unica cosa che resta.

domenica 27 giugno 2010

Regole

Il 30 giugno sarà il cinquantesimo anniversario della repubblica congolese. Dovrebbe essere un'occasione gioiosa, ma in realtà si prevedono scontri. Si dice che la situazione politica è tesa e l'anniversario potrebbe essere l'occasione giusta per fare un po' di casino. Nessuno ci crede veramente. Tutti sanno che non succederà nulla. Ma i security officers devono pure essere pagati per qualcosa, e quindi creano regole strettissime ipotizzando i più catastrofici scenari.

Tutte le organizzazioni hanno creato misure di sicurezza speciali per far fronte a questa settimana, noi addirittura chiudiamo gli uffici. Il nostro management ci regala 2 giorni di ferie e ci incoraggia a prendere gli altri 2 per andarcene fuori dal paese per tutta la settimana. Per chi resta, il 29 e il 30 giugno bisognerà restare confinati in casa, senza mettere il naso fuori. E dobbiamo prepararci una borsa di sicurezza con documenti e vestiti per 2 giorni, in caso fosse necessaria una breve evacuazione. Senza dubbio un'esagerazione, ma le regole sono regole.

Io ho cercato di usare questa possibilità per andare a farmi un giro nei paraggi, ho convinto 3 o 4 amici a prendersi qualche giorno di congedo ed andare tutti in gita a Bujumbura, la capitale del Burundi sul lago Tanganika. Tutto dicono che sia deliziosa. Ma il piano non ha funzionato. Ci sono le elezioni il 28 giugno, in Burundi, e si prevedono scontri. Tutti i viaggi sono sospesi.

Cerco di ripiegare sul solito Rwanda, qui a portata di mano. Magari un giro a Kigali, la capitale, per vedere il famoso museo del genocidio e per andare a caccia dei posti di cui ho letto nei libri. O se non fosse possibile Kigali, magari anche solo Gisenyi, qui a fianco, per nuotare nel lago e passeggiare sulle strade circondate da oleandri. Ma ci sono nuove regole, adesso, e chi non ha il visto permanente (come me) non può più varcare il confine. Ho cercato di spiegare alla frontiera che farò il visto permanente il mese prossimo, ma fino a dopo il 30 giugno non posso mandare il passaporto a Kinshasa per motivi di sicurezza. Niente da fare, non mi hanno fatta passare.

Farò vacanza in terrazza, con i miei libri. Rispettando tutte le regole.

martedì 22 giugno 2010

Oggi sono entrata in un carro armato.

Questo pomeriggio siamo scappati dall'ufficio. Io, B, Hel e Hil.

Hel si è fatta un amico nella MONUC, contingente Uruguayano, che ci ha invitati a vedere la partita Uruguay-Mexico alle quattro nella sua base. Abbiamo tentennato, è orario di lavoro. Ma poi, visto che abbiamo tutti passato il weekend in ufficio, abbiamo deciso di strapparci queste due ore per la nobile causa di tifare Uruguay.

E' la prima volta che entro in un vero e proprio accampamento militare, con soldati e alzabandiera e tende tutte allineate. Abbiamo guardato la partita nella stanza degli ufficiali, tutti in tuta mimetica e stivali con la punta d'acciaio, che mangiavano pastels e facevano un rumorosissimo tifo latino con salti, baci e abbracci ad ogni gol. Dopo la partita abbiamo esplorato la base. E' più graziosa del previsto, con aiuole di fiori davanti alle tende e centinaia di soldati-ragazzini che sembrano boy scouts.

Sul retro c'è un un campo di ex-FDLR smobilizzati, circondato da filo spinato. FDLR è il gruppo armato dei genocidari rwandesi che sono fuggiti in Congo dopo il 1994, e da allora stanno ancora combattendo. Ho stretto la mano ad uno di loro, apparentemente un capo. Un comandante assassino che ha lasciato le armi e che ora vive lì, nel campetto dietro agli uruguayani, perchè se si fa vedere in giro in Congo o in Rwanda lo mettono in prigione e lo ammazzano in tre giorni.

Dall'altro lato della base c'erano i carri armati. Bianchi e con la scritta UN, come al solito. Noi ragazze ci siamo entrate dentro, ci siamo arrampicate sopra, abbiamo fatto le foto. Si stava facendo sera, c'era una bella luce. Poi, come se niente fosse, siamo tornati a casa.

domenica 20 giugno 2010

Disaster junkies

Ero in macchina con B. Stavamo tornando a casa, attraversando tutta Goma. Parlavamo di quanto ci piaceva, questa città orribile. Di come ci eravamo affezionati in fretta a questo caos fragile e tagliente. Parlavamo di dove abbiamo già lavorato, di dove potremmo lavorare. Abbiamo convenuto che sì, esistono tanti bei posti a questo mondo. Tanti posti interessanti. Ma che in fondo noi non siamo più attratti dai posti esotici, nè da quelli pittoreschi. Abbiamo bisogno della drammaticità incandescente della distruzione. Dell'instabilità, del mistero, del gioco pericoloso che si consuma nelle catastrofi. E' una cosa che capita, ai lavoratori umanitari. Come ai soldati, ai reporter di guerra, ai fotogiornalisti. Siamo attratti dal dolore, forse, dallo schiaffo della sua intensità. Siamo dei disaster junkies.

Non so come mi sia potuto succedere. Sembra una perversione, e allo stesso tempo sembra coraggio. Forse ho semplicemente bisogno di profondità, e nulla è profondo come la sofferenza. Lo dice anche la bossanova. Tristeza nao tem fim, felicidade sim.

sabato 19 giugno 2010